Joey Cape’s One Week Records tour: live report

Un concerto acustico non è un concerto come gli altri, i suoni, le sensazioni e le vibrazioni sono cosa diversa dai concerti elettrici, ma se pur differenti le emozioni trovano un punto comune nel coinvolgimento che l’artista sul palco trova col pubblico presente. C’è chi ci riesce meglio e chi peggio, Joey Cape e i suoi amici e compagni di etichetta One Week Records Donald Spence, Zach Quinn e Brian Wahlstrom ci riescono eccome fornendo uno spettacolo dove le esibizioni si intrecciano fino a formare una vera band di quattro elementi sul palco. Ma andiamo per ordine, partiamo dicendo che il Decibel di Magenta è un locale proprio bello, ci ero già stato sia da musicista che da spettatore ed è davvero un bel posto e ben gestito (anche se la birra è finita troppo velocemente). Si parte presto e poco prima delle nove Donald Spence è già sul palco, il cantante e chitarrista dei Versus the world impressiona da subito per la sua voce bellissima ed impeccabile come già con la sua band ci aveva abituato, l’esibizione scorre veloce tra pezzi del suo disco uscito per OWR e pezzi dei VTW, su tutti i pezzi mi rimane proprio l’ultimo in scaletta della band di Santa Barbara “A fond farewell”, bellissima canzone tratta dall’album ‘Homesick/Roadsick’. Poco dopo Brian Wahlstrom si siede dietro la sua tastiera e mette su uno show classico, si susseguono le sue canzoni tratte dall’ultimo lavoro targato one week, mi rimane molto la prima traccia del disco “Airplane food”, vanta anche di un ottima pronuncia italiana e ci delizia con una perfetta interpretazione di “Con te partirò” con voce da tenore navigato. Ottima performance anche la sua. Uno dei set che aspettavo con più curiosità è quello di Zach Quinn, il cantante dei Pears sale sul palco con una telecaster, diciamo non proprio quello che ti aspetti in un concerto acustico ma un po’ te lo aspetti dal carismatico frontman delle “pere”. Lo show è strano, alterna ballate blues a pezzi più “punk” ed ironici, la voce sembra un altra a quella che ci aveva abituati, davvero bella ed intonata, impreziosita da un bellissimo songwriting ed abilità nel suonare. Belli anche gli interventi ad impreziosire di Brian alla tastiera. Non conoscevo i pezzi ma mi sto già tirando giù il suo disco dal sito one week (con 5 dollari ti fai membro e ti ascolti tutto, ve lo consiglio), bella sorpresa Zach, ti voglio ancora più bene. Arriviamo all’ultima esibizione, la più attesa, Joey Cape sale sul palco con la solita tranquillità e modestia che lo contraddistinguono da sempre, sembra volerti mettere a suo agio come lo è lui e ci riesce in un attimo. Lo show inizia con B-side pezzo tratto da Bridges del 2008 primo album da solista, si alternano pezzi propri a cover delle sue band, su tutte mi rimane Minus, pezzo dei Bad Astronaut uno dei miei preferiti, la pelle d’oca mi assale su gran parte del corpo ed una lacrimuccia prova uscire ma la trattengo. I pezzi dei Lagwagon sono sempre i più partecipati dal pubblico, Reign, Alien 8, Making friends, Angry days e May 16 sono inni per noi punkrockers cresciuti coi 5 californiani ma è la solita International you day dei No use for a name che fa cantare proprio tutti ed emozionare sia sopra che sotto il palco, Tony sei sempre con noi. Menzione particolare va al mio bro Matteo Caldari che è stato invitato sul palco da Joey per suonare un proprio pezzo, Matteo suona con me nei 7Years quindi sono un pochino troppo di parte ma vi giuro che nonostante l’emozione la sua/nostra ‘Tell me a story’ è uscita alla grande. Sul palco si alternano gli altri artisti one week fino ad essere tutti insieme sul palco per Alien 8 e To all my friend, Joey prova a congedarsi ma tutto il pubblico chiede un altro pezzo ed alla fine cede alle richieste (mie e di Roberto degli Injection su tutti) e finisce con una splendida ‘Wind in your sail’. Bellissimo concerto e la formula del “tutti sul palco” è davvero apprezzabile. Aspettiamo Joey nei prossimi mesi coi Lagwagon, ormai si sa che l’Italia è la sua seconda casa. Qui potete vedere le foto realizzate da Diego Caldari.

by Randal

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